Visconti e Sforza: i segreti del potere

L’evento

Due dinastie del Medioevo e del Rinascimento italiano fra ambizioni, battaglie, castelli, denaro, intrighi, passioni, politica, tradimenti.

Sono gli ingredienti della narrazione storica intitolata Visconti e Sforza: i segreti del potere, in scena fra Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria dal 2012 al 2014 e dal 2016 al 2019.

Davide Tansini è l’autore e il conduttore dell’iniziativa, che è ispirata al teatro di narrazione. Le rappresentazioni dello spettacolo si sono tenute in forma dinamica, lungo percorsi guidàti a tappe.

Con uno stile di conduzione vivace, coinvolgente e a tratti ironico, lo storico propone un avventuroso e coinvolgente racconto sui fatti e sui misfatti déi casati visconteo e sforzesco tra basso Medioevo, Rinascimento e prima Età Moderna (XI-XVI secolo).

Temi-guida della manifestazione sono il raggiungimento e la conservazione del potere: strumenti, strategie, trucchi e cavilli che la dinastia viscontea e quella sforzesca utilizzarono (in modo più o meno lecito) per conquistare il dominio e per mantenerlo.

Il racconto di Davide Tansini è basato sulle ricerche che l’autore conduce personalmente sulla storia medievale, rinascimentale e moderna nel Centro-Nord Italia.

La sua narrazione non si limita alla cronistoria politica e alla biografia déi personaggî: invece, diventa lo spunto per un discorso articolato su un periodo storico e sull’eredità trasmessa fino al presente: arte, cultura, economia, società, territorio, vita quotidiana.

Visconti e Sforza: i segreti del potere è un’occasione briosa e intrigante e per conoscere e rivivere la storia su cui è fondata la realtà odierna.

La trama

La narrazione storica Visconti e Sforza: i segreti del potere abbraccia l’arco temporale che va dall’XI alla prima metà del XVI secolo. Lo scenario iniziale è il territorio della Lombardia nordoccidentale e del Piemonte nordorientale, compreso fra Brianza, Varesotto e Verbano.

In quest’area geografica prese le mosse la lunga ascesa di una famiglia capitaneale: aveva una tradizione di esercizio di poteri pubblici, era vassalla dell’arcivescovo di Milano e nel XII secolo figurava come signora di Massino (oggi Massino Visconti) e titolare del capitaneato di Marliano (ora Mariano Comense).

Identificata come «vice comitis» («vicaria del conte»: da qui l’origine del cognome Visconti), la famiglia si divideva in varî rami. Uno di questi, facente capo a Ruggero (1158 c.a-post 1189), console di Milano (1172) e podestà di Bergamo (1189), e a Uberto (?-ante 1248), riuscì a farsi largo nella scena politica della Milano duecentesca.

L’appartenenza allo schieramento ghibellino pose la stirpe Visconti in contrasto con i casati guelfi della città: primi fra tutti i Torriani (o Della Torre), egemoni sul Comune milanese dagli Anni Quaranta del XIII secolo con Pagano (?-1241) e signora di Milano con Martino (?-1263).

Lo scontro diretto si aprì nel 1257 con l’elezione ad arcivescovo milanese di Ottone Visconti (1207-1295): figlio di Uberto, sostenuto dal papa Urbano IV (al secolo Jacques Pantaléon, 1195 c.a-1264) e osteggiato da Martino Torriani. Nel 1277, con la Battaglia di Desio, la sconfitta del casato Torriani e la resa di Napoleone della Torre (?-1278), Ottone poté essere proclamato dominus Mediolani (titolo che conservò fino all’anno seguente e poi dal 1282 al 1291).

Successive campagne militari, culminate con la Battaglia di Vaprio d’Adda (1281) e la distruzione di Castel Seprio (1287), portarono i Visconti a contrastare efficacemente la resistenza offerta dai Torriani e dai loro alleàti.

Proprio nel Duecento iniziò in modo sostenuto l’espansione territoriale di Milano, che già nel secolo precedente aveva esteso la propria influenza sulle terre di Lodi e Monza. I Visconti riuscirono a supportare le esigenze déi ceti mercantili cittadini (spesso originarî della piccola feudalità rurale inurbata, come gli stessi Visconti) e a farsi identificare come i veri milites in grado di proteggere e incrementare la potenza milanese.

Risale a questo periodo la stabilizzazione dell’uso del celebre stemma visconteo: la Vipera Ansata (popolarmente, «Biscione»), probabilmente mutuata da un simbolo sacro delle antiche arimannie germaniche, ritenute detentrici del diritto divino di portare e utilizzare le armi e, quindi, di difendere la communitas milanese.

Con il dominio di Ottone (in carica de facto fino al 1287 e nominalmente sino al 1291) e quello di suo nipote Matteo I (1250-1322, Capitano del Popolo dal 1287 e signore dal 1291) i Visconti riuscirono a estendere la loro influenza (più o meno diretta e contrastata) su diversi territorî della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e della Svizzera meridionale: Como, Pavia, Lecco, Novara, Bellinzona, Locarno, Lugano, Alessandria, Vigevano.

Un ritorno aggressivo del casato Torriani scacciò i Visconti da Milano nel 1302, incrinando temporaneamente il loro sistema di potere: Matteo fu costretto a fuggire dal capoluogo lombardo e Guido della Torre (1259-1312) fu proclamato nuovo signore milanese. L’ex dominus riuscì però a ottenere il sostegno del re dei Romani Enrico VII di Lussemburgo (1275-1313): le sue truppe tedesche sconfissero quelle déi Torriani e Matteo poté rientrare a Milano (1311), comprando poco dopo il titolo di vicario imperiale.

L’organizzazione di una lega ghibellina tra le città allora fedeli a Enrico (tra cui Milano, Como, Novara, Vercelli, Bergamo, Brescia, Lodi, Cremona e Piacenza) fece entrare in urto Matteo con i disegni politici del pontefice Giovanni XXII (al secolo Jacques Duèze o d’Euse, 1249-1334), eletto nel 1316.

A partire dal 1317 il signore di Milano fu ripetutamente scomunicato, accusato e processato per eresia, infine condannato in contumacia dal tribunale pontificio di Avignone per negromanzia.

Anche la signoria di suo figlio Galeazzo I (1277-1328), associato al governo fin dal 1300, risentì delle altalenanti vicende legate ai conflitti con il Papato, con i Torriani e, addirittura, con i membri della medesima famiglia Visconti. Nel 1322 Galeazzo I fu costretto a abbandonare temporaneamente Milano a causa di una sollevazione capeggiata da suo cugino Lodrisio (1280 c.a-1364), che nel 1327, insieme a Marco (1280 c.a-1329), fratello dello stesso Matteo, accusò quest’ultimo di tradimento a favore del papa. Per tale motivo il re dei Romani Ludovico IV il Bavaro (1282-1347) lo fece arrestare e incarcerare.

Dopo la liberazione di Galeazzo I, fu con il dominio di suo figlio Azzone (1302-1339) che il potere visconteo riuscì a ristabilirsi, a riconquistare le terre perdute e a intraprendere una nuova fase di espansione. Azzone si riappacificò con Ludovico (nel frattempo incoronato imperatore); poi, appena insediato come nuovo dominus, comprò da lui il titolo di vicario imperiale e uccise suo zio Marco. Nel 1339, in séguito alla Battaglia di Parabiago, riuscì a catturare e a imprigionare anche il cugino Lodrisio.

Nel decennio della sua signoria le campagne militari condotte da Azzone nel Nord Italia portarono a un considerevole incremento territoriale e alla definitiva sconfitta di numerosi avversarî: per esempio, i Torriani e il re Giovanni I di Boemia (1296-1346), che nel 1330 aveva ricevuto la dedizione di Brescia, Cremona, Mantova, Modena, Parma e Reggio nell’Emilia (e, più tardi, anche di Lucca) in cambio del suo aiuto militare nella lotta contro i Visconti.

Le conquiste proseguirono anche con i successori di Azzone, i suoi zii Luchino (1287-1349) e Giovanni (1290 c.a-1354), arcivescovo di Milano, associàti al governo milanese nel 1339.

Fra gli Anni Trenta e Cinquanta del Trecento passarono sotto l’insegna della Vipera molte città e terre del Centro-Nord Italia e del Ticino: Bergamo (1332), Cremona (1334), Como, Crema, Lecco, Lodi, Sondrio e Vercelli (1335), Borgo San Donnino (oggi Fidenza) e Piacenza (1336), Brescia (1337), Novara e Pontremoli (1339), Bellinzona, Locarno e Lugano (1340), Bobbio (1341), Asti (1342, persa nel 1355), Parma (1346), Tortona (1347), Alessandria (1348), Bologna (1350, poi persa fra il 1355 e il 1360), Biella (1351), Pavia (1359), cui va aggiunto il breve controllo esercitato sulla Repubblica di Genova (1353-1356).

Alla politica combattuta sul campo di battaglia e trattata sui tavoli della diplomazia si affiancava quella esercitata a Milano e néi dominî assoggettàti. Considerevole fu l’impegno déi Visconti nelle grandi opere. Per esempio, fra gli Anni Dieci e Cinquanta del XIV secolo: la ristrutturazione del Broletto Vecchio di Milano (divenuto sede della corte viscontea); la ricostruzione di Lecco e l’edificazione del locale ponte sul fiume Adda; la fondazione dei castelli di Monza e di Porta Giovia a Milano, di Castell’Arquato, di Porta Serio a Crema, di Porta Santa Croce a Parma, della Cittadella di Fodesta a Piacenza e di quelle a Bergamo e Brescia; la ristrutturazione del Castello di Abbiategrasso; la riedificazione del Palazzo Arcivescovile di Milano; le commissioni artistiche a personalità rinomate.

Inoltre, i signori di Milano riformarono via via le istituzioni di governo in senso signorile: ridimensionarono le autonomie locali, ristrutturarono i poli di attrazione politico-amministrativa (anche con la concessione di privilegî di separazione a piccoli centri, soprattutto fra XIV e XV secolo) e cercarono di tenere sotto controllo le tensioni separatistiche déi varî territorî, reprimendo (spesso, con forza e durezza) le azioni o le velleità déi feudatarî.

Nel 1354 i dominî dell’arcivescovo Giovanni furono ereditàti e spartiti come consignoria fra tre suoi nipoti (che nel 1346 avevano cospirato invano contro lo zio Luchino): Bernabò (1323-1385), Galeazzo II (1320-1378) e Matteo II (1319 c.a-1355). Quest’ultimo (che come primogenito aveva ottenuto la porzione più ricca della signoria), fu probabilmente fatto avvelenare dai fratelli l’anno seguente.

Nella successiva ripartizione le terre occidentali (con Alessandria, Asti, Bobbio, Como, Novara, Pavia, Piacenza, Tortona, Vercelli e Vigevano) toccarono a Galeazzo II e quelle orientali (con Bergamo, Borgo San Donnino, Brescia, Crema, Cremona, Lodi, Parma e Pontremoli) a Bernabò, mentre per Milano fu scelta una gestione compartecipata e Genova rimase pro indiviso.

I due fratelli differivano néi legami personali e néi modi di gestire la cosa pubblica. Bernabò aveva sposato una discendente della famiglia veronese déi Della Scala, Beatrice Regina (1335-1384); di casa Savoia era invece Bianca (1336-1387), moglie di Galeazzo II; questi puntava a sviluppare quanto più possibile una compagine amministrativa basata sul diritto codificato; Bernabò tendeva ad accentrare parecchie funzioni di giudizio nella propria persona.

Comuni (e agguerriti) erano però, gli avversarî da affrontare in politica estera. Le coalizioni antiviscontee erano ben determinate a ridimensionare l’espansionismo del casato milanese e più volte furono promosse dagli stessi pontefici romani. Bernabò e Galeazzo II (oltre alla stessa Milano) subirono ripetutamente scomuniche e anatemi; addirittura, nel 1363 e nel 1373 la Santa Romana Chiesa indisse due crociate contro i Visconti e i loro alleàti, a opera rispettivamente déi papi Urbano V (al secolo Guillaume de Grimoard, 1310-1370) e Gregorio XI (nato Pierre Roger de Beaufort, 1330-1378).

Contro le azioni déi varî nemici di turno (dagli Estensi di Modena e Ferrara ai marchesi del Monferrato, dai signori scaligeri di Verona a quelli gonzagheschi di Mantova) i due fratelli avviarono diverse contromisure, compresa la ristrutturazione o la fondazione di numerose opere fortificate: per esempio, la Cittadella Nuova di Piacenza, la Murata di Bellinzona, il Castello Santa Croce di Cremona, quelli di Lodi, Pavia, Pizzighettone, Trezzo sull’Adda e Voghera.

I rapporti fra i due rami del dominio visconteo cambiarono sensibilmente con la morte di Galeazzo II nel 1378, la successione di suo figlio Gian Galeazzo (detto il Conte di Virtù, 1351-1402) néi dominî orientali e la riunificazione del titolo signorile nella sola persona di Bernabò. Antipatie personali e accese dispute nella gestione degli affari comuni (motivate anche da diverse concezioni della politica e dell’amministrazione) logorarono profondamente i rapporti fra zio e nipote.

Non valsero a migliorare la situazione neppure le nozze fra Gian Galeazzo e sua cugina Caterina (1362-1404), una delle figlie di Bernabò: unione endogamica celebrata nel 1380, che seguiva il primo matrimonio del Conte di Virtù con la francese Isabella di Valois (1348-1372) e che era stata voluta per rinsaldare i legàmi interni al casato, al fine di ridurre i pericoli di tradimenti e cospirazioni.

Congiura che, invece, fu attuata da Gian Galeazzo Visconti nel 1385 proprio ai danni dello zio-suocero. Durante un incontro concordato fra i due, il nipote-genero fece arrestare e incarcerare Bernabò con l’accusa di aver ordito un tentativo di assassinio néi suoi confronti. L’ex signore di Milano morì lo stesso anno, mentre attendeva in prigione l’apertura del processo a suo carico: probabilmente, fatto avvelenare per ordine dello stesso Gian Galeazzo.

Acquisiti i territorî dello zio-suocero, il nuovo (e unico) dominus generalis riprese con ancór maggior vigore i progetti espansionistici del casato. Le sue campagne militari portarono il dominio visconteo alla sua massima estensione: tutta la Lombardia eccetto Mantova, il Piemonte sudorientale, il Veneto occidentale (con Belluno, Feltre, Verona, Vicenza e, per pochi mesi, Padova), il Ticino, l’Emilia settentrionale fino a Reggio, arrivando in Toscana e in Umbria (con Assisi, Perugia, Pisa e Siena conquistate fra il 1399 e il 1402).

Tutto ciò si combinava con la volontà di dare a Milano maggior prestigio (materiale e di rango). Risalgono al suo dominio importanti progetti architettonici: per esempio, l’avvio del cantiere del Duomo milanese (1386) e di quello della Certosa di Pavia (1396), la costruzione del Ponte Lungo e delle canalizzazioni a Valeggio sul Mincio (1393-1395) e la Calà del Sasso, fra Asiago e Canale di Brenta.

Nel 1395 Gian Galeazzo Visconti ottenne dal re dei Romani Venceslao di Lussemburgo (1361-1419) il titolo di duca, dietro il pagamento di una forte somma di denaro ammontante a 200.000 fiorini d’oro.

Il primo duca di Milano morì nel 1402 a causa della peste, mentre attendeva ai preparativi per conquistare la Repubblica Fiorentina, uno déi suoi più accaniti avversarî nell’Italia centrale. Né la reggente Caterina né il suo primogenito Giovanni Maria (1388-1412), divenuto il nuovo sovrano, riuscirono a tenere unita la compagine déi territorî viscontei: la maggior parte delle città si rese indipendente o fu occupata dalle signorie limitrofe.

Il primo figlio di Gian Galeazzo fu ucciso a pugnalate nel 1412 a séguito di una congiura. Il secondogenito Filippo Maria (1392-1447) riuscì a ottenere il dominio di Milano grazie alle risorse finanziarie e militari fornite dal condottiero Facino Cane (1360-1412): già al servizio del primo duca milanese, il capitàno in punto di morte aveva convinto l’erede di casa Visconti a ricevere le sue soldatesche e il suo denaro in cambio della promessa che il futuro duca avrebbe sposato la moglie dello stesso Facino, Beatrice Cane (1372 c.a-1418).

Divenuto nuovo sovrano di Milano, fra gli Anni Dieci e l’inizio degli Anni Venti del Quattrocento Filippo Maria avviò una serie di campagne militari volte dapprima a riconquistare i dominî paterni, poi a estendere l’influenza viscontea anche in altre aree del Centro-Nord Italia (soprattutto, nella Romagna e nella Liguria).

Il duca riuscì a ricuperare tutte le città lombarde già soggette al padre, quelle emiliane (tranne Reggio), il Ticino, Alessandria, Asti, Tortona, Vercelli. Inoltre, nel 1421 estese il proprio controllo sulla Repubblica di Genova.

Il conseguimento di questi risultàti si basava anche sulle perizia del sovrano nell’individuare e ingaggiare i condottieri e le compagnie mercenarie che costituivano il grosso delle armate milanesi. Fra questi capitani figuravano i Bevilacqua, i Dal Verme, i Piccinino, i Torelli e, in particolare, il piemontese Francesco Bussone detto Conte Carmagnola (1380-1432), che fu artefice delle più fruttuose campagne di Filippo Maria.

Il condottiero che ebbe maggior rilievo nelle vicende déi Visconti (e che diede continuità al casato stesso) fu Francesco Sforza (1401-1466). Figlio illegittimo del capitano di ventura Giacomo Attendolo (detto Muzio Sforza, 1369-1424), discendeva da una famiglia di mugnaî romagnoli che nel XIV secolo capeggiavano la fazione ghibellina di Cotignola.

Negli Anni Ottanta del Trecento Giacomo aveva iniziato a praticare il mestiere delle armi presso la Compagnia di San Giorgio di Alberico da Barbiano (1349-1409), dove aveva mutuato il nome di guerra «Sforza». Aveva poi costituito una propria formazione militare con cui si era messo al servizio di varie signorie italiane (Perugia, il Ducato di Milano, gli Este, la Repubblica Fiorentina, il Regno di Napoli, il Papato).

Cresciuto tra Firenze e Ferrara, Francesco era stato armato cavaliere nel 1412 dal re di Napoli Ladislao I d’Angiò-Durazzo (1377-1414). Poi, aveva seguìto il padre nelle sue campagne militari. Alla morte di Giacomo (1423) aveva ottenuto il comando della sua compagnia: notevole eredità materiale che si aggiungeva a quella rappresentata dal soprannome paterno, già conosciuto nello scenario militare italiano.

Nel medesimo 1423 il condottiero Guido Torelli (1379-1449) introdusse Francesco Sforza alla corte di Filippo Maria Visconti. In quel periodo il duca stava iniziando una guerra contro la Repubblica Fiorentina; nello stesso tempo, i suoi rapporti con il Conte Carmagnola andavano guastandosi irrimediabilmente a causa déi reciproci sospetti e dell’ostilità déi cortigiani milanesi néi confronti del capitàno piemontese.

L’ingaggio di Francesco Sforza e l’impiego déi suoi servigî militari per conto di Filippo Maria Visconti si accompagnò alla defezione del Conte Carmagnola. Nel 1425 il condottiero piemontese passò al soldo della Repubblica di Venezia, che lo nominò suo Capitàno Generale e che l’anno seguente gli affidò il comando di una campagna militare contro il Ducato di Milano.

La guerra, che vide coalizzate le repubbliche veneziana e fiorentina e gli Stati della Chiesa contro Filippo Maria Visconti, fu disastrosa per lo stato lombardo. La serie di ripetuti rovescî militari culminarono nella Battaglia di Maclodio (1427), dove larga parte dell’armata viscontea fu sconfitta e catturata dalle truppe del Conte Carmagnola. Con la Pace di Ferrara (1428) il Bresciano e il Bergamasco passarono stabilmente alla Repubblica di Venezia.

Durante il conflitto Francesco Sforza era stato impegnato dapprima nella difesa di Brescia; successivamente, aveva partecipato allo scontro di Maclodio. Era stato uno déi pochi capitani viscontei a sfuggire alla cattura: questo accrebbe il suo prestigio, ma anche la mutevole diffidenza del duca Filippo Maria néi suoi confronti.

I rapporti fra i due si irrigidirono ancór più dopo il fallimento di una spedizione militare affidata a Francesco Sforza, inviato a sedare una ribellione nel Genovese (1428). Tuttavia, le trame politiche intessute dal duca di Milano trovarono modo di impiegare novamente i servigî del capitàno sforzesco.

Dopo due anni di inattività forzata, nel 1430 il condottiero fu svincolato dalla condotta al servizio di Filippo Maria e poté accettare un incarico a Lucca: ufficialmente, per sostenere la signoria di Paolo Guinigi (1376-1432) contro l’attacco della Repubblica Fiorentina; probabilmente, per provocare la caduta del signore di Lucca senza che la città fósse conquistata dalla truppe fiorentine, secondo il volere dello stesso duca di Milano.

Le relazioni di Francesco con il sovrano lombardo erano ulteriormente complicate dall’irriducibile inimicizia con una stirpe di condottieri umbri che si era formata nella compagnia di Andrea Fortebraccio (detto Braccio da Montone, 1368-1424) e che nel secondo quarto del XV secolo prestarono stabilmente servizio per conto dello stato milanese: i bracceschi Piccinino, con Niccolò (1386-1444) e i suoi figlî Francesco (1407-1449) e Jacopo (1423-1465).

Dopo l’attiva partecipazione nella guerra del 1426-1427, Filippo Maria Visconti affidò diversi incarichi a Niccolò Piccinino: il sostegno all’affair di Lucca, al comando delle truppe viscontee, genovesi e lucchesi contro quelle fiorentine, che il capitàno sconfisse nella Battaglia del Serchio (1430); la conduzione di una campagna in Lunigiana, culminata con la riconquista viscontea di Pontremoli (1431); il concreto supporto nelle vittorie milanesi di Soncino, di Cremona (1431) e di Delebio (1432), durante una nuova guerra del Ducato lombardo contro la Repubblica di Venezia; la campagna contro il marchese Rolando Pallavicino (1393-1457), accusato pretestuosamente di tradimento (1438); la conduzione di successive spedizioni in Toscana e in Lombardia, che registrarono la sconfitta milanese di Anghiari (1440) e la vittoria di Chiari (1441).

Nel 1431 Francesco Sforza era rientrato al servizio diretto di Filippo Maria Visconti e aveva dato ulteriore prova delle sue abilità militari proprio durante il conflitto contro la Signoria veneziana. Da quel periodo il legame tra il duca e il condottiero si era complicato sempre di più, a motivo di un importante aspetto del futuro visconteo: la successione al trono.

Il duca non aveva eredi legittimi. La prima consorte Beatrice Cane, mal sopportata dal marito, era stata ingannevolmente accusata di tradimento, processata e giustiziata nel 1418. La seconda moglie Maria di Savoia (1411-1469), figlia del duca Amedeo VIII (poi antipapa Felice V, 1383-1451), era stata sposata nel 1427 per contingenti ragioni politiche, a completamento di un trattato di pace che aveva comportato anche la perdita di Vercelli: consumato il matrimonio, Filippo Maria non intrattenne più relazioni strette con la consorte. Da entrambe le mogli il duca non ebbe figlî.

L’unica discendente in vita era Bianca Maria (1425-1468), concepita con Agnese del Maino (?-1465): probabilmente, dama di compagnia e principale testimone d’accusa contro la duchessa Beatrice Cane. Benché legittimata nel 1430 dal re dei Romani Sigismondo di Lussemburgo (1368-1437), la figlia non avrebbe potuto ascendere de iure al trono milanese.

Francesco Sforza intuì questo problema del duca e lo sfruttò a proprio vantaggio, cercando di proporsi come potenziale marito della figlia. Allo stesso modo, Filippo Maria Visconti fece conto sull’interesse del condottiero sulla questione e lo impiegò durante lunghe e intricate trattative matrimoniali.

Dopo varî mercanteggiamenti, reciproci voltafaccia, promesse avanzate, poi ritirate e di nuovo presentate, cambi di fronte, irrigidimenti e distensioni (che, tra l’altro, fruttarono al condottiero il privilegio di apporre il cognome Visconti accanto al proprio), il duca di Milano concesse al capitàno sforzesco la mano della figlia.

Celebrato nel 1441, il matrimonio portò a Francesco Sforza Visconti (così ormai si firmava) il titolo di conte, oltre che il controllo sulla cospicua dote della moglie: Cremona e il suo contado e Pontremoli (scambiata con le roccheforti cremonesi di Pizzighettone e di Castelleone, che rimasero sotto il dominio del sovrano milanese).

L’unione avvenne in un quadro di trattative per la cessazione delle guerre nel Centro-Nord Italia: il negoziato coinvolgeva anche la Repubblica Fiorentina (capeggiata dalla famiglia Medici), quella veneziana, il Marchesato di Mantova (con i Gonzaga), il papa Eugenio IV (al secolo Gabriele Condulmer, 1383-1447), la Confederazione Svizzera e la Repubblica di Genova, che nel 1436 si era sottratta al dominio visconteo dopo un rovesciamento di alleanze voluto dal duca milanese, passato tra i sostenitori del re Alfonso V d’Aragona (1396-1458), dinastia fortemente avversaria dello stato ligure.

La parentela del condottiero con il duca non eliminò le rivalità fra i due personaggî, costantemente rinfocolate dalle trame diplomatiche intessute da Filippo Maria, dall’instabile situazione politica italiana (sempre meno favorevole al duca), dalle ambizioni personali di Francesco e dall’inestinguibile ostilità déi Piccinino verso gli Sforza.

Filippo Maria Visconti morì nel 1447. Dall’anno precedente era impegnato in un nuovo conflitto contro la Repubblica di Venezia (e contro lo stesso genero). Lasciò una difficile eredità: le casse statali dissanguate da oltre un ventennio di guerre più o meno guerreggiate; i nemici alle porte della stessa Milano; nessuna chiara indicazione sulla sua successione al trono.

Immediatamente dopo la scomparsa del sovrano i maggiorenti milanesi costituirono una forma di governo di stampo repubblicano che raccogliesse le vestigia dello stato visconteo: l’Aurea Repubblica Ambrosiana. Poiché la guerra contro la Repubblica di Venezia non era conclusa, i nuovi governanti di Milano ingaggiarono Francesco Sforza Visconti per combattere al loro servizio.

Per il condottiero sforzesco ebbe inizio un tumultuoso triennio fatto di campagne militari (in cui riuscì a cogliere il maggior successo della sua intera carriera: nella Battaglia di Caravaggio, vinta contro le truppe veneziane nel 1448), cambi di alleanze, inganni reciproci e dure contrapposizioni, specialmente con i Piccinino.

Debellata la Repubblica Ambrosiana (che nel frattempo era passata fra gli avversarî del condottiero), nel 1450 Francesco Sforza Visconti entrò a Milano divenendone nuovo duca, in continuità con la dinastia viscontea.

Seguirono per il sovrano milanese altri anni di guerre, di manovre diplomatiche e di tentativi per riorganizzare il suo nuovo stato. Fino al 1454, quando riuscì a completare il proprio capolavoro politico: la Pace di Lodi e la Lega Italica.

Francesco Sforza Visconti divenne fautore e regista di un duplice accordo con il quale i ducati di Milano e di Savoia, le repubbliche di Firenze, di Genova e di Firenze, i marchesati di Mantova e del Monferrato e il Regno di Napoli ponevano fine ai conflitti del trentennio precedente, stabilendo una situazione di relativo equilibrio politico-territoriale nella Penisola. Inoltre, gli stati di Milano, Firenze e Venezia, seguìti più tardi anche da papa Niccolò V (nato Tomaso Parentucelli, 1397-1455) e da re Alfonso d’Aragona, ratificarono un’alleanza militare.

L’ex condottiero aveva raggiunto molteplici obiettivi: un prestigiosissimo rango sociale; il sostegno di potenti personaggî, primo fra tutti il banchiere fiorentino Cosimo di Giovanni de’ Medici (1389-1464); il riconoscimento (quantomeno, de facto) del proprio dominio su Milano; una posizione privilegiata nella gestione degli equilibrî fra gli stati italiani.

La riorganizzazione del Ducato sforzesco (che aveva ereditato quasi tutti i territorî di Filippo Maria Visconti, tranne Asti e la Val Leventina) passò anche attraverso il compimento o l’avvio di importanti progetti architettonici: la fondazione della Ca’ Granda (1456); la prosecuzione del cantiere del Duomo; la risistemazione di alcuni naviglî; la ricostruzione del Castello di Porta Giovia a Milano (parzialmente distrutto all’epoca della Repubblica di Sant’Ambrogio); la profonda ristrutturazione déi castelli di Cremona, di Lodi, di Novara e di Montebello a Bellinzona.

Prima di morire Francesco Sforza riuscì anche a ottenere la signoria sulla Repubblica di Genova (1464) e a far eliminare l’ultimo suo irriducibile oppositore di casa Piccinino, Jacopo (1465), in combutta con il re di Napoli Ferdinando d’Aragona (1424-1494) e grazie all’opera del più valido consigliere ducale, il calabrese Francesco Simonetta (detto Cicco, 1410-1480).

Nel 1466 ascese al trono di Milano Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), figlio primogenito dell’unione tra Francesco e Bianca Maria. Se il padre aveva ricercato per quanto possibile la concordia partium, temperando i cambiamenti all’interno della compagine statale milanese (anche per non porsi troppo in urto con le frange del notabilato lombardo meno favorevoli al regime sforzesco), il figlio propendeva per una politica più dura e incisiva, talvolta velleitaria rispetto alle reali risorse del dominio sforzesco.

Al suo ducato risalgono operazioni innovative (almeno, nel limite al panorama lombardo): l’avvio della gelsibachicoltura e della risicoltura; l’introduzione di una nuova monetazione (il testone argenteo); la ricostruzione déi castelli di Soncino e di Galliate; il progetto (compiuto solo in piccola parte) per allestire una flotta militare in Liguria e un arsenale navale alla Spezia.

Galeazzo Maria Sforza fu ucciso durante una congiura nel 1476. I disordini seguìti alla morte del duca portarono alla perdita del controllo sulla Repubblica di Genova (1478) e all’ascesa di un altro déi figlî di Francesco Sforza Visconti, Ludovico Maria (detto il Moro, 1452-1508).

Questi riuscì a imporsi come consigliere della cognata Bona di Savoia (1449-1503), vedova di Galeazzo Maria e reggente del Ducato; poi, ottenne la tutela del nipote Gian Galeazzo Maria (1469-1494), figlio del duca defunto e suo erede; fece esautorare, processare e giustiziare Cicco Simonetta (1480); forse, ordinò l’omicidio del nipote stesso (1494); infine, escluse dalla successione al trono milanese il pronipote Francesco Maria (detto il Duchetto, 1491-1512) e i suoi fratelli, facendosi proclamare lui stesso nuovo duca di Milano (1494).

Supportata da importanti alleàti come il re dei Romani Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519), l’ambiziosa politica di Ludovico il Moro portò alla vittoria milanese nella Guerra déi Rossi (che disgregò lo stato rossiano nel Parmense, fra il 1482 e il 1483), al restauro della signoria sforzesca sulla Repubblica di Genova (1488) e all’ampliamento delle zone d’influenza milanese in Puglia e in Romagna: fra il 1488 e il 1499 Imola e Forlì furono governate da una nipote di Ludovico, Caterina Sforza (1463 c.a-1509).

D’altra parte, dovette scontare la perdita di parte del Ticino a favore delle Leghe Svizzere, la vittoria veneziana nella Guerra del Sale (o di Ferrara, 1482-1484), lo spostamento del baricentro politico italiano a favore di Lorenzo di Piero de’ Medici (detto il Magnifico, 1449-1492) e non poté evitare (anzi, talvolta cercò apertamente) il confronto con potenti competitori, come il Regno di Francia. Quest’ultimo, con la dinastia déi Valois, poteva avanzare diritti sullo stesso trono di Milano.

Se nel 1494 una prima spedizione francese in Italia condotta dal re Carlo VIII (1470-1488) contro il Regno di Napoli era stata inizialmente supportata dal duca di Milano (pur avendo provocato la caduta di uno fra i più validi alleàti ducali, il casato déi Medici), già a partire dall’anno successivo le relazioni tra Sforza e Valois erano precipitate in conflitto aperto, con il sanguinoso ritorno dell’armata transalpina in Francia proprio attraverso i territorî milanesi.

Firmando il Trattato di Blois nel 1499 il re di Francia Luigi XII di Valois-Orléans (1462-1515) si accordò con la Repubblica di Venezia per rivendicare manu militari i suoi diritti sul trono milanese. La successiva campagna militare portò all’occupazione francese della parte occidentale dello stato lombardo, mentre i territorî ducali a Nord-Est déi fiumi Adda e Po furono incameràti dalla Repubblica di Venezia (e successivamente conquistàti dallo stesso Luigi XII nel 1509). Sconfitto e catturato nel 1500, Ludovico il Moro fu portato prigioniero in Francia, dove morì nel 1508

Gli Sforza dovettero attendere il 1512 per riottenere il trono milanese. Nel 1511 papa Giulio II (al secolo Giuliano della Rovere, 1443-1513) promosse un’alleanza contro il Regno di Francia, cui aderirono la Repubblica di Venezia, il re di Napoli, Sicilia e Sardegna Ferdinando d’Aragona (detto il Cattolico, 1452-1516) e la Confederazione Svizzera. La campagna condotta dagli alleàti estromise temporaneamente il re di Francia dal Ducato di Milano, sul cui trono fu posto uno déi figlî di Ludovico il Moro, Massimiliano Sforza (nato Ercole Maria, 1493-1530).

Posto sotto la pesante tutela della Confederazione (cui dovette accordare notevoli concessioni economiche, fiscali e territoriali nel Ticino), il ducato di Massimiliano si resse per tre anni grazie al sostegno déi mercenarî svizzeri e al precario equilibrio politico fornito dalla Lega Santa.

Il ritorno in Valpadana delle armate francesi, condotte dal re Francesco I di Valois-Angoulême (1494-1547), spodestò novamente la signoria sforzesca da Milano. Dopo la sconfitta nella Battaglia di Marignano (oggi Melegnano, 1515) la Confederazione ritirò il proprio supporto a Massimiliano e le proprie truppe dal Ducato, riservandosi la cessione del Ticino. L’ex duca accettò di ritirarsi a vita privata in Francia, ponendo fine alla sua esperienza politica.

Nel 1521 un esercito formato dalle truppe del re di Spagna Carlo d’Asburgo (1501-1558) e del pontefice Leone X (al secolo Lorenzo di Giovanni de’ Medici, 1475-1521) scacciò il dominio francese da Milano. Il Ducato fu restituito a un altro figlio di Ludovico il Moro, Francesco II Maria Sforza (1495-1535).

L’autonomia del sovrano milanese fu molto limitata. Il territorio ducale era duramente provato da oltre un ventennio di guerre più o meno guerreggiate e decurtato di notevoli porzioni rispetto alla seconda metà del secolo precedente (nel 1521 Parma, Borgo San Donnino e Piacenza erano state incamerate néi dominî pontificî). Inoltre era minacciato dai ritorni aggressivi delle armate francesi, nonostante la dura sconfitta inflitta loro nella Battaglia di Pavia (1525), in cui lo stesso Francesco I di Valois-Angoulême fu catturato dalle truppe asburgiche (riottenne la libertà nel 1526 dopo la firma del Trattato di Madrid).

Pesante era anche la tutela déi capi militari del presidio imperiale in Lombardia, peraltro aggravatasi dopo la scoperta nel 1525 di una congiura antiasburgica ordita dal gran cancelliere Girolamo Morone (1470-1529) e dopo l’adesione dello stesso Francesco II alla Lega di Cognac nel 1528, promossa dal papa Clemente VII (nato Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici, 1478-1534), dal re di Francia e dalle repubbliche di Firenze e di Venezia contro Carlo V.

La successiva riappacificazione con il sovrano spagnolo e il matrimonio con la principessa danese Cristina di Oldenburg (1522-1590), celebrato nel 1534, non risollevarono il prestigio del sovrano lombardo. L’ultimo duca sforzesco di Milano morì nel 1535. Non avendo eredi, il suo stato ritornò per devoluzione fra i dominî diretti di Carlo V d’Asburgo.

I luoghi

Lo spettacolo di narrazione storica Visconti e Sforza: i segreti del potere è stato rappresentato undici volte in Lombardia, in Emilia-Romagna e in Liguria dal 2012 al 2014 e dal 2016 al 2019.

Il debutto si è tenuto a Pizzighettone (Cremona) presso la cerchia muraria il 26 Maggio 2012.

Il 1o e il 30 Giugno successivi si sono svolte le prime due repliche pizzighettonesi: sempre lungo le mura, così come la quinta, la sesta e la settima tappa (rispettivamente, il 3 Novembre 2012, 2 Novembre 2013 e il 1o Novembre 2014).

La quarta rappresentazione è stata allestita a Castiglione d’Adda (Lodi) nel Castello Pallavicino Serbelloni il 7 Luglio 2012.

L’ottavo appuntamento si è tenuto a Berceto (Parma) nel sito archeologico del Castello Rossi il 14 Agosto 2016.

La nona tappa è stata a Levanto (La Spezia) presso la Loggia Comunale il 20 Luglio 2017.

La decima rappresentazione è andata in scena a Vigevano (Pavia) nel Castello Sforzesco il 18 Novembre 2018.

L’undicesimo appuntamento si è svolto a Bergamo nel complesso della Cittadella Viscontea il 7 Settembre 2019.

Info

Luoghi:
Pizzighettone (Cremona, Lombardia – Italia), cerchia muraria (Piazza d’Armi)
Castiglione d’Adda (Lodi, Lombardia – Italia), Castello Pallavicino Serbelloni (Largo Castello, 23)
Berceto (Parma, Emilia-Romagna – Valtaro, Italia), Castello Rossi (Via Ranunzio Marchetti/Via Aldo Moro)
Levanto (La Spezia, Liguria – Riviera di Levante, Italia), Loggia Comunale (Piazza del Popolo)
Vigevano (Pavia, Lombardia – Italia), Castello Sforzesco (Piazza Ducale, 20)
Bergamo (Lombardia – Italia), Cittadella Viscontea (Piazza della Cittadella)

Date:
26 Maggio, 1o e 30 Giugno e 3 Novembre 2012, 2 Novembre 2013 e 1o Novembre 2014 (a Pizzighettone)
7 Luglio 2012 (a Castiglione d’Adda)
14 Agosto 2016 (a Berceto)
20 Luglio 2017 (a Levanto)
18 Novembre 2018 (a Vigevano)
7 Settembre 2019 (a Bergamo)

Enti organizzatori:
«GVM» (tappe di Pizzighettone)
Comune di Castiglione d’Adda (tappa di Castiglione d’Adda)

Con il patrocinio di:
Provincia di Lodi (tappa di Castiglione d’Adda)

Facebook:
viscontiesforza

E-mail (Davide Tansini):
e v e n t i @ t a n s i n i . i t

Telefono (Davide Tansini):
349 2203693

Note:
gli eventi non hanno avuto scòpo di lucro; sono stati ideàti e condotti da Davide Tansini, che detiene la paternità creativa dello spettacolo e tutti i relativi diritti; i contenuti illustràti da Davide Tansini al pubblico durante le manifestazioni sono basàti sugli esiti delle sue ricerche in àmbito storico; per la preparazione e la conduzione degli spettacoli Davide Tansini ha operato gratuitamente; Visconti e Sforza: i segreti del potere non è una rievocazione storica con personaggî in costume e animali

© Davide Tansini: tutti i diritti riservàti – Pubblicato il 10 Agosto 2016 – Aggiornato al 3 Maggio 2020